Quagliare

Non so se conosciate questo termine toscaneggiante, che poi in fin dei conti è italiano.
Quagliare, tagliare corto o, più precisamente, andare al sodo. Finalizzare. Detta in modo profano.

In questo mondo a testa in giù, di grandi assemblee fatte di dibattiti striminziti, saturati da elenchi di problemi risaputi, quel quagliare non lo trovo quasi più.

E allora mi chiudo in una botte di pensieri e rifletto su come quagliare almeno io. Mi si accende una lampadina. Chi lo dice che essere infinitesimali ci costringe all’oblio?

Zero lavoro, zero soldi, ma le elementari risorse del contesto.
Zero tempo, zero rapporti, meno routine possibile.
Temporeggiare, riordinare, mettere a punto e intanto pensare.
A come quagliare.

Quagliare sta nel campo dell’agire. Agire ma non di reazione. Se non c’è tempo per la ponderazione, ci sono per lo meno delle linee rosse che ci si pone.
Per il resto, insomma, quagliare.

Le persone sono la causa della distrazione democratica. Mera dialettica, quasi una routine teocratica.

Se nn fosse per dei principi ben scritti e largamente condivisi. E se non fosse per quei quattro ratti a cui siamo invisi. Ma non devo perdere tempo a litigare o decantare. Non ho tempo, devo quagliare.

Quagliare a qualsiasi età, perché finché si è vivi almeno ci si diverte. E uno slancio etico non è mai sconveniente. E se lo fosse non c’è ne frega niente. La vita ê nostra e se ne fa quello che ci pare.
E oggi ci pare il caso di quagliare.

Obiettivi belli alti, l’utopia senza mediazione, se non per facilitare l’ equazione.  Bisogna, andare, andare, andare. Ho fretta ciao. Cos’hai da fare? Ho da quagliare.

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